Gli individui, soprattutto quando si tratta di freelance e professionisti, possono promuovere se stessi esattamente come si fa con un azienda. Tutto sta nel diventare il marchio di se stessi. O saper fare personal branding, come si dice oggi. Il che ha implicazioni molto più profonde di quelle che si possono immaginare: il personal branding …
Gli individui, soprattutto quando si tratta di freelance e professionisti, possono promuovere se stessi esattamente come si fa con un azienda. Tutto sta nel diventare il marchio di se stessi. O saper fare personal branding, come si dice oggi. Il che ha implicazioni molto più profonde di quelle che si possono immaginare: il personal branding è ciò che permette di distinguersi da tutti gli altri che più o meno competono per gli stessi obiettivi, e distinguendosi permette di comunicare il proprio modo di lavorare, le proprie competenze o addirittura i propri valori.
Fare personal branding non si improvvisa, e anzi è un processo quotidiano, che richiede tempo, risorse e sforzi. Ma con alcuni punti fermi ben chiari è anche un processo potenzialmente irreversibile e dalle numerose implicazioni:
Banale ma necessario: il settore in cui operi, o meglio ancora una nicchia di settore, è la dimensione giusta per cominciare a costruire il proprio personal branding. Tanti sono sviluppatori, pochi possono ambire a essere versi esperti di sviluppo di App per la produttività per dispositivi Android. Le persone di quella nicchia saranno il proprio target di riferimento.
Dimostrare esperienza nel tuo settore è la chiave per un vero ed efficace personal branding. Essere aggiornati, competenti, informati, precisi ed accurati è il segreto per diventare un punto di riferimento, in azienda come in un intero settore industriale o online. Senza competenza non c’è valore, e quindi nemmeno marchio.
Ok la competenza, ma senza condividerla non serve a nulla. L’ideale sarebbe avere una presenza online e una offline. Non necessariamente un blog o una pagina social, può essere utile partecipare all’intranet aziendale, o rendersi disponibili per i momenti di formazione o partecipare a eventi e simposi. Insomma, condividere ciò che si sa, che non implica veder erodere la propria posizione ma anzi rafforzarla.
Un sito Web è la soluzione forse più banale. Può funzionare anche un profilo social, o magari utilizzare gli strumenti aziendali – come le varie Intranet o gruppi – per far conoscere il proprio valore. È in parte personal branding e in parte networking, e funziona. Nel caso di un freelance c’è una ulteriore domanda da porsi: che canali usano le persone alle quali ci si rivolge? Magari i creativi usano più Instagram e le figure manageriali più Linkedin, e allora è proprio su quel canale che bisogna andare a fare personal branding.
Ci sono i canali “aziendali” che riguardano la propria attività e ci sono quelli personali, soprattutto quando si parla di social. Non è bene mischiare le due cose, ma anche il profilo personale può essere utile per fare personal branding, soprattutto se si evita di personalizzarlo troppo: ok a esprimere il proprio parere o punto di vista, o anche a dimostrare le proprie passioni, ma quando la platea si allarga è bene evitare riferimenti troppo personali, per esempio a famiglia e figli.
Fare personal branding significa comunicare, ma nel senso di conversare, essere aperto alla discussione bidirezionale mantenendo un tono pacato, aperto e collaborativo. Imporre il proprio parere, declamare senza confrontarsi è invece un boomerang per la promozione di se stessi.
Lo stile è l’anima di un brand, e ciascuno deve avere il proprio. Soprattutto all’inizio la tentazione di copiare è tanta, ma la genuinità paga sempre, e la cosa migliore è avere un proprio stile per distinguersi dagli altri.